COLLABORAZIONI
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Periodico) ."
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COME IN UNO SPECCHIO
“Volti santi” ai piedi della Croce
DARE UN VOLTO
La IV domenica di Quaresima ambrosiana ascolta e medita i
seguenti testi biblici: Es 34, 20-35; 2 Cor 3, 7-13.17-18;
e Gv 9, 1-41. È detta Domenica del Cieco nato, con
simbologia battesimale, così come è tutta la
Quaresima di rito ambrosiano.
In questa domenica, leggendo le letture, il pensiero si ferma
sui volti dei personaggio raccontati dalle letture.
- ll volto di Mosé, avvolto nel velo
- ll volto del “testimone”, che riflette come
in uno specchio
- ll volto di Gesù, che è luce del mondo
- ll volto del cieco nato, che gioisce e testimonia l’incontro
con Gesù
- ll volto dei genitori, che è impaurito dalle pressioni
sociali e religiose
- ll volto dei farisei, che è preoccupato dalle parole
e dalle opere del Nazareno
- ll volto dei discepoli, che è interrogato dal problema
del male e del peccato.
Mi domando: ma come è il mio volto?
Molti di noi hanno la capacità di mostrare con il
volto lo stato del loro animo. Non sempre però il sorriso
sul volto è sorriso del cuore, e viceversa!
Ci sono alcuni uomini e donne nella storia della Chiesa,
che sono riusciti a custodire nel volto la gloria del Signore
che li abitava!
Anche se il loro corpo era Golgota e Croce, dove il Cristo
aveva trovato la sua dolce dimora!
Ricordando!
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MARIANTONIA SAMA'
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Mariantonia Samà nacque il 2 marzo 1875 in Sant’Andrea
Ionio, piccolo paese in provincia di Catanzaro e visse
in condizioni di estrema povertà, in una cameretta
simile ad una cella.
All’età di dodici anni, seguendo la madre
in campagna, fu invasa dallo spirito “maligno”,
dopo aver bevuto dell’acqua corrente tra i sassi.
Viste le inutili benedizioni impartitele anche dai frati
del convento del vicino comune di Badolato, si ricorse
all’esorcismo presso la Certosa di Serra San Bruno
(ora in provincia di Vibo Valentia).
Dopo alcuni tentativi del Padre certosino, Mariantonia
fu liberata dal “maligno”, ma si narra che
lo stesso pronunciò la frase: “La lascio
viva, ma storpia”.
Trascorsi un paio di anni, Mariantonia – non si
sa se per “vendetta” di Satana… –
rimase immobile a letto, fino alla morte e, quindi,
per oltre sessant’anni, in posizione supina, con
le ginocchia sempre alzate e contratte.
Iniziò per lei un lungo e doloroso calvario che
sopportò con la forza dell’amore, con lo
sguardo sempre rivolto al Crocifisso appeso alla parete
di fronte al letto.
Guidata dallo Spirito Santo nella comprensione del “mistero
della Croce”, considerò, quindi, un dono
la sua malattia, accettando con serena rassegnazione
la definitiva immobilità, che offriva a Dio per
la conversione dei peccatori, in riparazione delle loro
offese e per ottenere risposta alle richieste di coloro
che cercavano conforto presso di lei.
Il suo piccolo letto divenne un altare di offerta e
di partecipazione alla Passione ed alla Croce di Gesù:
“non sono più io che vivo, ma è
Cristo che vive in me” (Paolo – Gal.2,20).
Fu sempre assistita da volontarie, sotto il costante
controllo delle Suore Riparatrici del Sacro Cuore, che
curarono anche la sua preparazione spirituale, trasmettendole
una sentita devozione verso lo Spirito Santo ed il Sacro
Cuore di Gesù, al quale Mariantonia si rivolse
per tutta la vita con spirito di “riparazione
eucaristica”.
Le Suore decisero di aggregarla alla loro Congregazione
e, dopo i voti, Mariantonia divenne per tutti la “Monachella
di San Bruno”.
Le virtù che hanno caratterizzato la sua vita
sono numerose:
la semplicità d’animo; l’umiltà;
la modestia; la serenità, che traspariva dal
suo volto anche nei momenti di maggior sofferenza; la
disponibilità; la generosità ed un’immensa
fiducia nella Divina Provvidenza.
Lei, che poteva vivere solo di offerte, divideva con
gli altri bisognosi del paese tutto quanto riceveva,
sicura che il giorno successivo vi avrebbe comunque
provveduto il buon Dio e dimostrando, così, la
verità delle parole di San Paolo: “Si è
più felici nel dare che nel ricevere” (At.20,35).
La virtù esercitata da Mariantonia in maniera
estremamente eroica è stata senz’altro
la pazienza che le impedì non solo di ribellarsi
alla sua infermità, ma anche di lamentarsi quando
i dolori lancinanti, specie durante la Quaresima, da
lei sempre sofferta in condivisione con Cristo, martoriavano
il suo esile corpo.
Viceversa, il suo spirito era forte, perché lo
alimentava quotidianamente con la preghiera e con l’ostia
che le portava puntualmente il suo confessore e dalla
quale attingeva sostegno per sopportare la sofferenza,
per lottare contro il male e per vivere in perenne amicizia
con il Signore.
La sua cameretta, con le pareti tappezzate da molte
immagini sacre, sembrava un piccolo “tempio”,
soprattutto quando, per ben tre volte al giorno, vi
era la recita comunitaria del Santo Rosario, essendo
Mariantonia “calamita” di preghiere.
Già durante la vita, la sua fama di santità
si era diffusa tra gli abitanti del paese, molti dei
quali avevano sperimentato i suoi doni della profezia
e della guarigione.
Ma oltre a questi, tanti altri sono stati i carismi
concessi a lei dallo Spirito Santo: il dono dell’estasi;
dell’introspezione; della bilocazione; dell’apparizione;
del profumo, sempre presente nella sua camera; della
condivisione delle sofferenze di Gesù durante
la Quaresima e la Passione e, infine, il dono dell’immunità
da piaghe da decubito, anche questo scientificamente
inspiegabile, benché fenomeno oggettivo e visibile
a tutti.
Mariantonia esalò l’ultimo respiro la mattina
del 27 maggio 1953.
Le esequie si svolsero nel pomeriggio dello stesso giorno
e l’Arciprete, don Andrea Samà, in considerazione
della fama di santità, ordinò che la salma,
deposta nella bara aperta, per consentire l’ultimo
saluto dei compaesani, venisse accompagnata in processione
per alcune vie del paese, prima di raggiungere il Cimitero.
Qui rimase esposta ai fedeli fino al mattino del 29
maggio e molti attestano di aver visto, nel baciarla,
che le sue palpebre si alzavano ed abbassavano e di
aver sentito un delizioso profumo di rose, non proveniente
da fiori…
Attualmente, i sacri resti della Serva di Dio Mariantonia
Samà, assieme alla sua inseparabile corona del
Rosario, si trovano nella Chiesa Parrocchiale dei Santi
Pietro e Paolo, dove sono stati traslati il 3 agosto
2003. |
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DON ANTONIO BELLO
(DON TONINO)
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Alessano, Lecce, 18 marzo 1935 – Molfetta, 20
aprile 1993
E’ impossibile descrivere in poche righe ciò
che Sua Eccellenza Mons. Antonio Bello, per tutti Don
Tonino, ha rappresentato per la Chiesa e per tutti coloro
che vivono ai margini di una società troppo spesso
disattenta ai reali e penosi problemi della “gente
comune”.
Nato ad Alessano in provincia di Lecce nel 1935, fu
ordinato sacerdote nel 1957 a soli 22 anni.
Nel 1982 divenne vescovo di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo
e Terlizzi.
Nonostante l’alto incarico ecclesiale, Don Tonino
era affabile e disponibile con chiunque bussava alla
sua porta per chiedere una parola di conforto, un aiuto
materiale, un momento di ristoro per l’anima.
Ogni singola situazione veniva presa a cuore, affrontata
con determinazione.
A chi gli chiedeva che cosa lo affliggesse di più,
Don Tonino rispondeva: “Mi fa soffrire molto l’impossibilità
di giungere a dare una mano a tutti. Ho un’agenda
sovraccarica di persone che chiedono una visita, un
sostegno, un appuntamento, del denaro, una soluzione
ai loro problemi… Si vorrebbe avere occhi e mani
per ognuno, ma non si riesce, e questo è il rammarico
più grande”.
Una frase che risuonava spesso sulle labbra di Don Tonino
era: “Coraggio, non temere”.
In uno suo scritto intitolato “Le mie notti insonni”,
Don Tonino elenca una serie piuttosto lunga di paure
che contaminano l’uomo moderno, minando anche
il suo rapporto con Dio.
Paure frutto spesso di un progresso che, dopo gli entusiasmi
iniziali, si ritorce sull’uomo che vive nell’illusione
di mantenersi al passo con i tempi dimenticando che
“E’ dal cuore umano che nasce e si sviluppa
la nube tossica delle paure contemporanee”
Ma esiste un antidoto contro le paure, il Vangelo dell’antipaura
come amava definirlo Don Tonino: “Alzatevi…Levate
il capo” (Lc 21, 25-28.34-36). E’ il Vangelo
che si legge la prima domenica di Avvento in cui Gesù
esorta alla preghiera e alla fiducia nella liberazione
definitiva da ogni timore, da ogni paura, da ogni negatività.
Forse anche per la sintonia con la spiritualità
francescana (faceva parte dell’Ordine Francescano
Secolare) Don Tonino amava lasciarsi guidare dal Vangelo
“sine glossa”, senza sconti sulla verità
né diluizioni o prudenze carnali. Non a caso
si definiva “Un buono a nulla. Ma capace di tutto,
perché consapevole che, quanto più ci
si abbandona a Dio, tanto più si riesce a migliorare
la gente che ci sta attorno”.
Don Tonino era anche un vero innamorato dell’Immacolata
e, in molti suoi scritti, questo amore diventava una
continua dichiarazione d’amore nei confronti della
Mamma Celeste.
Dal 22 al 29 luglio 1991, predicò un Corso di
Esercizi Spirituali in occasione del 40° Pellegrinaggio
della Lega Sacerdotale Mariana a Lourdes da cui venne
tratto lo stupendo volume “Cirenei della gioia”.
Condivise con i sacerdoti malati quel momento in cui
il cuore umano si affida senza riserve alla grazia di
Dio, chiedendo l’intercessione della Vergine Santa,
offrendo al Signore la propria debolezza e precarietà
terrena.
Don Tonino era abituato a prolungate soste davanti Tabernacolo,
da cui traeva energia e ispirazione e molte delle lettere
che spediva a coloro che, spesso addolorati e affranti
si rivolgevano a lui, nascevano proprio nel cuore di
una veglia notturna quando era a tu per tu con Dio.
Anche riguardo al tema della sofferenza, Don Tonino
rimase sempre aderente allo spirito evangelico che ne
sottende il senso. Aveva a che fare con i malati, i
disabili, con coloro che nessuno considerava e che rimanevano
silenziosi nel loro dolore; dolori diversi ma pur sempre
urenti, che lacerano l’anima, che hanno la voce
soffocata dall’indifferenza collettiva, che creano
cicatrici evidenti nel cuore di chi li deve subire.
Ma per Don Tonino, la sofferenza trova un senso vero
solo se condivisa amorevolmente con Dio. Dice infatti:
“C’è anche il caso, comunque, ed
è molto frequente, che il dolore rafforzi l’intimità
col Signore: il quale viene riscoperto non tanto come
estremo rifugio di consolazione, ma come colui che “ben
conosce il patire” e che sa solidarizzare fino
in fondo con tutta la nostra esperienza”.
Parole profetiche. Colpito da un male inguaribile mantenne
sempre fede ai suoi impegni di pastore d’anime
con entusiasmo ma, soprattutto, con un’umanità
davvero straordinaria, nonostante le sofferenze che
lo tormentavano. La malattia di Don Tonino era una di
quelle che non perdona, che produce dolori tremendi,
che sfianca il corpo e debilita lo spirito.
Eppure non cessò un solo attimo di affrontare
anche sofferenze che non gli appartenevano direttamente,
lasciando sempre spazio a chi chiedeva aiuto o desiderava
una risposta convincente sull’assurdità
del dolore. Consumò lentamente i suoi ultimi
mesi di vita tra la sua gente, tra i suoi poveri, tra
gli inascoltati gridi della “gente comune”.
La morte colse prematuramente Don Tonino il 20 aprile
del 1993 a 58 anni.
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CLELIA MARIA RUSSO
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Gaeta, 23 novembre 1845 – Napoli, 27 agosto 1903
Quante giovani figure di laici e laiche, hanno trasformato
la loro casa e il loro letto di dolore, perché
colpiti da infermità dolorose e invalidanti,
in un luogo di accoglienza, per i bisognosi di un conforto
e di un consiglio, e in un altare di espiazione e di
offerta delle loro sofferenze, per amore di Cristo e
per la salvezza delle anime.
Ne ricordiamo qualcuna, Serva di Dio Luigia Mazzotta
(1900-1922), Serva di Dio Luisa Piccarreta (1865-1947),
Servo di Dio Luigi Avellino (1862-1900), Servo di Dio
Angelo Bonetta (1948-1968), Servo di Dio Francesco vevan
(1840-1874), Servo di Dio Silvio Dissegna (1967-1979),
ecc.
E come loro, fu vittima di espiazione, la Serva di Dio
Clelia Maria Russo, nata a Gaeta il 23 novembre 1845,
ultima dei sedici figli di Pasquale Russo, generale
di artiglieria nell’Esercito Borbonico e di Gaetana
dei marchesi Gadaleto, originaria di Lecce.
In quel periodo del ‘Risorgimento’ italiano,
l’esercito borbonico era in uno stato di allarme
e le truppe si spostavano nel Regno delle Due Sicilie
secondo le necessità emergenti, e anche la famiglia
Russo seguì il padre, trasferito prima in Puglia
e poi in Sicilia.
Verso il 1860 la famiglia era a Napoli, mentre Garibaldi
effettuava la conquista del Regno con la spedizione
dei Mille; Clelia allora undicenne, fu iscritta al Regio
Educandato dei Miracoli di Napoli, ma lo frequentò
solo per due anni, perché la famiglia la ritirò
quando cominciarono a manifestarsi i disturbi di varie
malattie, che condizionarono la sua vita sino alla fine;
di questa esperienza educativa le rimase la fraterna
amicizia con la direttrice dell’Educandato, Bianchina
Dusmet.
Per queste numerose infermità, visse sempre in
famiglia, costretta a letto, sofferente ma piena di
spiritualità, caratterizzata da una volontaria
accettazione dei dolori e rinunce, partecipando intensamente
alla Passione di Cristo.
L’assistettero spiritualmente tutta una schiera
di ottimi sacerdoti di gran fama, il canonico Francesco
Minervino, l’agostiniano padre Mariano Amodei,
don Federico Pizza poi arcivescovo di Manfredonia, don
Alessandro Gicca, don Vincenzo Sarnelli poi arcivescovo
di Napoli ed altri.
Per anni questi sacerdoti celebrarono nell’oratorio
privato della sua casa di Napoli, che Clelia aveva ottenuto
per uno speciale permesso, a causa delle sue cattive
condizioni di salute.
Fu dotata del dono del saper consigliare e la sua casa
divenne così il centro di un vasto movimento
di persone, che vi si recavano a chiedere una guida
spirituale e preghiere.
Morì a Napoli a 58 anni, il 27 agosto 1903; per
i suoi meriti e la diffusa fama di santità, furono
aperti i processi informativi nella Diocesi di Napoli;
il 15 marzo 1906 fu effettuata la ricognizione canonica
dei suoi resti. Nella Cappella dell’Arciconfraternita
dei Nobili della Vita, nel cimitero della città.
Il 27 febbraio 1924 si ebbe il decreto sugli scritti
e da allora la causa presso la Congregazione Vaticana,
è in fase ‘silent’.
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ANGELO BONETTA
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Cigole (Brescia), 18 settembre 1948 – 28 gennaio
1963
Come le faville di un crepitante fuoco, si innalzano
luminose e ardenti verso l’alto, ma non tutte
raggiungono la stessa altezza, spegnendosi prima delle
altre oppure ricadendo nel fuoco che le ha generate;
così fra gli esseri umani vi sono talune anime,
che ancora nel germoglio della vita, ritornano al Padre
prima di altri coetanei, senza vedere compiuto un lungo
percorso di vita.
È il caso dei tanti bambini, ragazzi e adolescenti,
colpiti nel pieno dello sviluppo fisico e psichico,
da malattie inguaribili o da incidenti mortali; lo smarrimento
dei parenti è tanto più grande, quando
il Calvario è prolungato e la fine comunque certa.
La sofferenza vissuta da ragazzi e adolescenti è
ancora più straziante, perché oltre il
dolore è visibile una vitalità, tipica
dell’età, compressa e bloccata dal male
e dallo stare a letto; inoltre in tanti colpisce la
serenità e l’accettazione della volontà
di Dio, a volte difficile a trovarsi negli adulti.
La Chiesa, le comunità parrocchiali e civili,
le Associazioni, gli stessi parenti ed amici, hanno
provveduto dopo la loro immatura morte, a trasmettere
in vari modi i messaggi emanati con la loro, sia pur
breve vicenda terrena, ma soprattutto ad additarne gli
esempi al distratto, convulso, frettoloso, mondo dei
giovani d’oggi.
Alcuni sono Servi di Dio, altri Venerabili o già
Beati e Santi, altri ancora vengono definiti ‘Testimoni
della fede del nostro tempo’; citiamo alcuni di
questi ragazzi, splendore della fede cristiana, angeli
di passaggio sulla terra che hanno lasciato una luminosa
scia di virtù, purezza, esempio, amore:
Silvio Dissegna 12 anni di Moncalieri; Aldo Blundo 15
anni di Napoli; Angela Iacobellis 13 anni di Napoli;
Giuseppe Ottone 13 anni di Torre Annunziata; Maggiorino
Vigolungo 14 anni di Benevello (Cuneo); Mari Carmen
Gonzalez-Valerio 9 anni spagnola; Laura Vicuña
13 anni cilena; s. Domenico Savio 15 anni oratoriano
di Torino; Aldo Marcozzi, 14 anni di Milano; Paola Adamo
15 anni di Taranto; Ninni Di Leo 16 anni di Palermo;
Pietro Percumas 19 anni lituano; Domenico Zamberletti
13 anni di Varese; Willy De Koster 10 anni messicano;
ecc.
A loro bisogna aggiungere il Servo di Dio Angelo Bonetta,
adolescente di 14 anni, che nacque il 18 settembre a
Cigole (Brescia) da Francesco Bonetta e Giulia Scarlatti.
Vivacissimo e intelligente crebbe con l’argento
vivo addosso, come si suol dire, sempre pronto a combinare
guai uno dietro l’altro, provocando così
la forte reazione di genitori.
E nell’ambito di questa vivacità, a stento
tenuta a freno, si inserisce la sua passione per il
nuoto; Angelo andava spesso da ragazzino a fare il bagno
nel fiume Mella, abbastanza pericoloso come tutti i
fiumi, e ciò di nascosto dei genitori, con la
complicità della sorella; naturalmente quando
la sorella confessò alla madre le scappate di
Angelo, questi le prese di santa ragione con la proibizione
di nuotare nel fiume.
Frequentò l’asilo dalle Suore Canossiane,
le quali vigilanti ed attente, notarono la forte predisposizione
alla preghiera del piccolo Angelo e la profonda devozione
per Gesù; pertanto l’aiutarono ad accrescere
negli anni successivi, l’amore per l’Eucaristia
e per il sacramento della Confessione; le Suore furono
sempre per Angelo una seconda famiglia e la loro scuola
una seconda casa; la sua bontà vevano na da quegli
occhi vispi ma sinceri.
Il 14 aprile 1955 a sei anni, preparato dalle Suore
Canossiane, ricevé la Prima Comunione; faceva
il chierichetto con entusiasmo, servendo la Messa ogni
domenica, simpatico con gli amici e con i più
piccoli, giocava molto bene a calcio, soprattutto arbitrava
riscuotendo la fiducia dei compagni.
Terminate le elementari, a 11 anni entrò in un
Collegio a Brescia per continuare gli studi, ma dopo
appena quindici giorni cominciò a zoppicare vistosamente
per dei dolori acutissimi ad un ginocchio; riportato
in fretta e furia a casa, i genitori lo ricoverarono
in ospedale a Brescia per accertamenti approfonditi;
purtroppo si trattava di un tumore.
Iniziò così un lungo e doloroso Calvario,
fra cure intense e ricoveri, culminato alla fine con
l’amputazione della gamba il 2 maggio 1961; il
periodo post-operatorio fu difficile, forti dolori fisici
si associarono a quelli psichici, scaturiti dal sapere
che non aveva più una gamba.
Aveva solo 12 anni e nei momenti più difficili,
trovò la forza di invocare l’aiuto di Gesù
e della Madonna: “Signore, ti ho offerto tutto
per i poveri peccatori, ma ora aiutami Tu a non negarti
nulla”.
Sul comodino aveva la storia dei bambini veggenti di
Fatima, ai quali la Madonna aveva rivolto l’invito
ad offrire penitenze e preghiere per la conversione
dei peccatori e Angelo o Angelino, come veniva chiamato,
si riprometteva di imitarli.
Nella lunga convalescenza in Ospedale, conobbe il Centro
dei Volontari della Sofferenza e si convinse che finché
un malato ha un minimo di forze, le deve offrire con
Gesù Crocifisso per la salvezza del mondo; così
venne invitato a pregare ed offrire le sue sofferenze
man mano, per un protestante grave, per un uomo di 60
anni da tanto lontano dai Sacramenti; per un giovane
ateo irremovibile.
Ritornato a casa, si organizzò una festa per
lui, ma gli amici imbarazzati e intristiti per la sua
gamba persa, non erano dell’umore adatto a divertirsi
e Angelino allora se ne uscì con una battuta
che ruppe il ghiaccio, fra lo stupore dei presenti:
“Cosa sono quelle facce, questa è una festa?
Guardate al positivo, ora faccio più presto a
lavarmi i piedi e a tagliarmi le unghie”.
La menomazione non lo bloccò, sempre scherzoso
e di buon umore, si muoveva con disinvoltura con le
stampelle; partecipò nell’agosto del 1961
agli esercizi Spirituali tenuti a Re (Novara) dai Volontari
della Sofferenza, diventando amico di tutti e modello
per gli ammalati.
Minimizzando il suo male, prese a confortare i degenti
dei vari reparti ospedalieri, dove veniva ricoverato
di volta in volta, sollecitandoli ad una pacata rassegnazione
e a rinforzarsi con la preghiera.
Ma questo adolescente di 13 anni desiderava donarsi
più completamente a Dio, la sua giovane età
era però un impedimento; di questo piccolo apostolo,
si accorse mons. Luigi Novarese (1914-1984), oggi Servo
di Dio, fondatore nel 1947 dei ‘Volontari della
Sofferenza’, che nel maggio 1962 invitò
Angelino a prepararsi per consacrarsi al Signore.
E il 21 settembre 1962, a nemmeno 14 anni, pronunciò
i voti di castità, obbedienza e povertà,
nel sodalizio dei “Silenziosi Operai della Croce”,
fondati anch’essi da don Novarese l’1/11/1950.
Fu la gioia più grande di quei lunghi anni di
dolore, ma una ventina di giorni dopo, il 12 ottobre
1962, si mise a letto per non alzarsi più.
Purtroppo nonostante l’amputazione, il tumore
avanzava nel suo giovane e provato corpo, procurando
altri lunghi mesi di martirio, utili per il Paradiso
e per la conversione delle anime.
Una notte disse alla mamma: “Se io morissi presto,
tu cosa faresti?” e lei subito rispose: “Compiremmo
insieme la volontà di Dio!”; questa sublime
affermazione rasserenò Angelo, che presentiva
l’ora della partenza per il Paradiso.
Il 27 gennaio 1963, il parroco lo confessò e
gli portò l’Eucaristia come Viatico e amministrò
l’Unzione degli Infermi; fino a mezzanotte Angelo
continuò a pregare con i presenti, poi si addormentò;
verso le due di notte si svegliò e guardando
dolcemente la madre disse: “Mamma, ci siamo. Ecco
la mia ora”, e fissando la statuetta della Madonna
sul comodino si addormentò nel Signore, era il
28 gennaio 1963.
Il 19 maggio 1998 è stata aperta la Causa per
la sua beatificazione.
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CHIARA LUCE BADANO
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Visse a Sassello con il padre Ruggero, camionista, e
la madre Maria Teresa, casalinga. Volitiva, tenace,
altruista, di lineamenti fini, snella, grandi occhi
limpidi, sorriso aperto, ama la neve e il mare, pratica
molti sport. Ha un debole per le persone anziane che
copre di attenzioni. A nove anni conosce i ‘Focolarini’
di Chiara Lubich ed entra a fare parte dei ‘Gen’.
Dai suoi quaderni traspare la gioia e lo stupore nello
scoprire la vita. Terminate le medie a Sassello si trasferisce
a Savona dove frequenta il liceo classico.
A sedici anni, durante una partita a tennis, avverte
i primi lancinanti dolori ad una spalla: callo osseo
la prima diagnosi, osteosarcoma dopo analisi più
approfondite. Inutili interventi alla spina dorsale,
chemioterapia, spasmi, paralisi alle gambe. Rifiuta
la morfina che le toglierebbe lucidità. Si informa
di tutto, non perde mai il suo abituale sorriso. Alcuni
medici, non praticanti, si riavvicinano a Dio.
La sua cameretta, in ospedale prima e a casa poi, diventa
una piccola chiesa, luogo di incontro e di apostolato:
“L’importante è fare la volontà
di Dio…è stare al suo gioco…Un altro
mondo mi attende…Mi sento avvolta in uno splendido
disegno che, a poco a poco, mi si svela…Mi piaceva
tanto andare in bicicletta e Dio mi ha tolto le gambe,
ma mi ha dato le ali…”
Chiara Lubich, che la seguirà da vicino, durante
tutta la malattia, in un’affettuosa lettera le
pone il vevano na di ‘Luce’.
Mons. Livio Maritano, vescovo dicocesano, così
la ricorda: “…Si sentiva in lei la presenza
dello Spirito Santo che la rendeva capace di imprimere
nelle persone che l’avvicinavano il suo modo di
amare Dio e gli uomini. Ha regalato a tutti noi un’esperienza
religiosa molto rara ed eccezionale”.
Negli ultimi giorni, Chiara non riesce quasi più
a parlare, ma vuole prepararsi all’incontro con
‘lo Sposo’ e si sceglie l’abito bianco,
molto semplice, con una fascia rosa. Lo fa indossare
alla sua migliore amica per vedere come le starà.
Spiega anche alla mamma come dovrà essere pettinata
e con quali fiori dovrà essere addobbata la chiesa;
suggerissce i canti e le letture della Messa. Vuole
che il rito sia una festa.
Le ultime sue parole: “Mamma sii felice, perché
io lo sono. Ciao!”.
Muore all’alba del 7 ottobre 1990. Da allora la
sua tomba, a Sassello, è meta di pellegrinaggi,
soprattutto da parte dei giovani: fiori, letterine,
offerte per i ‘suoi’ negretti dell’Africa,
richieste di grazie.
Il processo per la causa di beatificazione di Chiara
dopo la chiusura dell’inchiesta diocesana preliminare
(iniziata il 7 dicembre 1998), prosegue dal 7 ottobre
2000 presso la Congregazione dei Santi, a Roma.
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GEMMA GALGANI
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11 aprile – Comune
Lucca, 12 marzo 1878 – 11 aprile 1903
Gemma Galgani nasce il 12 marzo 1878 a Bogonuovo (Lucca),
riceve il battesimo il 13 marzo. Il 26 maggio 1885,
nella chiesa di San Michele in Foro, l’arcivescovo
di Lucca somministra a Gemma la Cresima. La mamma Aurelia
muore nel settembre del 1886. Un altro grande dolore
per Gemma fu la morte del fratello Gino, seminarista,
avvenuta nel 1894, ad appena 18 anni. Nel 1895 Gemma
riceve l’ispirazione a seguire impegno e decisione
la via della croce, quale itinerario cristiano. Gemma
ha alcune visioni del suo angelo custode che le ricorda
che i gioielli di una sposa del crocifisso sono la croce
e le spine. L’11 novembre 1897 muore anche il
padre di Gemma, Enrico, e le misere condizioni della
famiglia, la costringono a lasciare la casa di via S.
Giorgio per quella di via del Biscione, 13 (oggi via
S. Gemma 23). Gemma trascorre un periodo a Camaiore,
presso la zia che l’aveva voluta con sé
dopo la morte del babbo, ma nell’autunno 1899
si ammala gravemente e ritorna in famiglia. I mesi invernali
segnano grandi sofferenze per tutti e le ristrettezze
economiche si fanno sentire penosamente sulla numerosa
famiglia, oltre alle due zie Elisa ed Elena, vi sono
i fratelli di Gemma, Guido, Ettore e Tonino, e le sorelle
Angelina e Giulietta. Guido, il fratello maggiore, studia
a Pisa e, dopo la laurea in farmacia, cerca di aiutare
la famiglia lavorando presso l’ospedale di Lucca.
Anche Tonino studia a Pisa con sacrificio di tutti.
Nel periodo della malattia Gemma, legge la biografia
del venerabile passionista Gabriele dell’Addolorata
(ora santo). Gemma ha un’apparizione del venerabile
che ha per lei parole di conforto. Gemma nel frattempo
matura una decisione e la sera dell’8 dicembre,
festa dell’Immacolata, fa voto di verginità.
Nella notte seguente il venerabile Gabriele le appare
nuovamente chiamandola “sorella mia” e porgendole
a baciare il segno dei passionistiche gli posa sul petto.
Nel mese di gennaio, al nulla delle terapie mediche,
la malattia di Gemma, osteite delle vertebre lombari
con ascesso agli inguini, si aggrava fino alla paralisi
delle gambe. Ad aggravare la situazione, il 28 gennaio
si manifesta anche un’otite purulenta con partecipazione
della mastoide. Proprio in quei giorni, il fratello
Guido si trasferisce a Bagni di San Giuliano dove ha
ottenuto una farmacia. Gemma è confortata dalle
visioni del venerabile Gabriele e del suo angelo custode,
ma è tentata dal demonio, che riesce a vincere
con l’aiuto del venerabile Gabriele, ormai sua
guida spirituale. Il 2 febbraio i medici la danno per
spacciata, secondo loro non supererà la notte,
ma Gemma trascorre le giornate in preghiera, tra indicibili
sofferenze. Il 3 marzo è il primo venerdì
del mese e la giovane ha terminato una novena in onore
della beata Margherita Maria Alacoque (ora santa) e
si accostò all’eucarestia, quando avvenne
la guarigione miracolosa. Il 23 dello stesso mese, tornata
a casa dopo l’Eucaristia, Gemma ha una visione
del venerabile Gabriele, che le indica il Calvario come
meta finale. Il 30 marzo, Giovedì Santo, Gemma
è in preghiera, compie l’«Ora Santa»
in unione a Gesù nell’Orto degli Ulivi,
e Gesù a un tratto le appare ferito e sofferente.
Nell’aprile seguente, preoccupata di non sapere
amare Gesù, Gemma si trova nuovamente davanti
al Crocifisso e ne ascolta parole di amore: Gesù
ci ha amati fino alla morte in Croce, è la sofferenza
che insegna ad amare. L’8 giugno, dopo essersi
accostata all’Eucarestia, Gesù le appare
annunciandole una grazia grandissima. Gemma, sente il
peso dei peccati, ma ha una visione di Maria, dell’angelo
custode e di Gesù, Maria nel nome di suo Figlio
li rimette i peccati e la chiama alla sua missione Dalle
ferite di Gesù non usciva più sangue,
ma fiamme che vennero a toccare le mani, i piedi e il
cuore di Gemma. Gemma si sentiva come morire, stava
per cadere in terra, ma Maria la sorreggeva e quindi
la baciò in fronte. Gemma si trovò in
ginocchio a terra con un forte dolore alle mani, ai
piedi e al cuore, dove usciva del sangue. Quei dolori
però anziché affliggerla gli davano una
pace perfetta. La mattina successiva si recò
all’Eucarestia, coprendo le mani con un paio di
guanti. I dolori le durarono fino alle ore 15 del venerdì,
festa solenne del Sacro Cuore di Gesù».
Da quella sera, ogni settimana Gesù chiamò
Gemma ad essergli collaboratrice nell’opera della
salvezza, unendola a tutte le Sue sofferenze fisiche
e spirituali. Questa grazia grandissima fu motivo per
Gemma di ineffabili gioie e di profondi dolori. In casa
vi fu perplessità e incredulità per quanto
avveniva, Gemma era spesso rimproverata dalle zie e
dai fratelli, talvolta veniva derisa e canzonata dalle
sorelle, ma Gemma taceva e attendeva. Nei mesi estivi
conosce i Passionisti impegnati nella Missione popolare
in Cattedrale e da uno di essi viene introdotta in casa
Giannini. Gemma conosceva già la signora Cecilia,
ma frequentandola nella casa di via del Seminario, inizia
una vera e profonda amicizia con quella che le sarà
come una seconda madre. Nel gennaio del 1900, Gemma
comincerà a scrivere a padre Germano, il sacerdote
passionista che avrebbe riconosciuto in lei l’opera
di Dio e nel settembre successivo lo incontrerà
personalmente. Sempre in settembre, Gemma lascia definitivamente
la sua famiglia per andare ad abitare in casa Giannini,
tornerà alla sua casa solo in rare occasioni
per consolare la sorella Giulietta quando sofferente.
Nel maggio del 1902 Gemma si ammala nuovamente, si riprende,
ma ha una ricaduta in ottobre. Nel frattempo muiono
la sorella Giulia (19 agosto) e il fratello Tonino (21
ottobre). Il 24 gennaio 1903, per ordine dei medici,
la famiglia Giannini deve trasferire Gemma in un appartamento
affittato dalla zia Elisa, Gemma vive così l’esperienza
dell’abbandono di Gesù in croce e del silenzio
di Dio. E’ fortemente tentata dal demonio, ma
non smarrisce mai la fede, non perde mai la pazienza
ed è sempre piena di amore e di riconoscenza
verso chi l’assiste nella malattia. Al mezzogiorno
dell’11 aprile 1903, Sabato Santo, come si usava
allora, le campane vevano annunziato la risurrezione
del Signore e alle 13.45, Gemma si addormenta nel Signore,
assistita amorevolmente dai Giannini. Il 14 maggio 1933
papa Pio XI annovera Gemma Galgani fra i Beati della
Chiesa. Il 2 maggio 1940 papa Pio XII, riconoscendo
la pratica eroica delle sue virtù cristiane,
innalza Gemma Galgani alla gloria dei Santi e la addita
a modello della Chiesa universale.
La data di culto per la Chiesa universale è l’11
aprile, mentre la Famiglia Passionista e la diocesi
di Lucca la celebrano il 16 maggio.
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ANNA SCHAEFFER
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5 ottobre
Mindelstetten (Baviera, Germania), 18 febbraio 1882
– 5 ottobre 1925
E’ la terza degli otto figli del falegname bavarese
Michele Schaeffer e di Teresa Forster. Famiglia di non
molte risorse: tutti vivono sui modesti guadagni del
padre. Anna riceve l’istruzione elementare nelle
scuole di Mindelstetten e prende a coltivare un sogno:
diventare suora e andare missionaria in terre lontane.
Ma occorre un po’ di dote per essere accolta in
una congregazione religiosa, e per metterla insieme
lei cerca lavoro a Ratisbona (Regensburg). La prende
a servizio una famiglia di benestanti, e questo è
il primo passo verso l’avverarsi del sogno.
Ma è anche l’ultimo, sebbene Anna non lo
sappia ancora. Un anno dopo, infatti, suo padre muore,
e lei deve tornare a Mindelstetten per aiutare la famiglia
orfana, con cinque fratelli e sorelle più piccoli
di lei. Ancora lavoro, dunque, in casa e nelle famiglie
del posto. Trascorrono così alcuni anni; i piccoli
di casa crescono e forse presto non ci sarà più
tanto bisogno di lei: forse potrà ripensare alla
missione lontana… Ma il 14 febbraio 1901, a diciannove
anni, ecco la disgrazia che fa di lei un’invalida
per sempre. Accade nella lavanderia della casa forestale
di Stammham, presso Ingolstadt, dove lei lavora: una
canna fumaria sta per sfilarsi e cadere, lei si arrampica
per rimetterla a posto, ma va a cadere dentro una vasca
di acqua calda con lisciva, e ne riporta ustioni dolorosissime
alle gambe, fino ai ginocchi. La curano nell’ospedale
di Kosching e poi nel centro medico universitario di
Erlangen; ma c’è ben poco da fare contro
le piaghe che l’azione corrosiva del detergente
ha provocato. Anna torna nella sua casa di Mindelstetten
dopo mesi di ricovero, e si ritrova invalida per sempre,
mentre i suoi sono diventati più poveri di prima.
Una disgrazia dopo l’altra: la famiglia è
in rovina, e lei prigioniera dei suoi dolori, resi insopportabili
dalla certezza che non hanno rimedio, che non finiranno
mai. Tutto questo a 21 anni: una situazione insopportabile,
anche per lei così ricca di fede. E infatti non
accetta di ritrovarsi così. Si ribella a questo
patire senza speranza, lo dice ai suoi, alle amiche,
a padre Karl Rieder, il suo parroco.
La conquista della serenità non avviene per illuminazioni
improvvise. È una fatica lunga, che porta Anna
a convincersi: la sua non è una condanna; è
un compito che le affida il Signore al quale si è
consacrata: essere “missionaria” così,
dal letto e dalle piaghe. Infine, ecco l’accettazione.
Non come una resa, ma come atto di volontà: Anna
offre le sue sofferenze al Signore. E ne ha molte da
offrire: quelle dovute alla disgrazia in lavanderia
e poi altre ancora: paralisi totale delle gambe, irrigidimento
del midollo spinale, tumore all’intestino…
Così piagata, parla dei suoi “sogni”,
nei quali le appaiono il Signore e san Francesco.
Consiglia e incoraggia la gente venuta a chiederle aiuto
e sostegno. Si scopre magnificamente necessaria, indispensabile,
ai sani e ai sicuri: da quel letto è sempre “in
servizio”, a voce e anche scrivendo lettere. Non
lascia “ultime parole” o raccomandazioni
prima di morire. Nel settembre 1925, una caduta dal
letto le toglie la voce. Si spegne con un sussurro:
«Gesù, io vivo in te». E resta dopo
la morte una presenza forte nel suo mondo bavarese.
Sepolto dapprima nel cimitero, il corpo verrà
poi trasportato nella chiesa parrocchiale di Mindelstetten.
Giovanni Paolo II la proclamerà beata nel 1999.
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ANNA KATHARINA EMMERICK
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9 febbraio
Flamske (Germania), 8 settembre 1774 – Dülmen,
9 febbraio 1824
Finalmente questa venerabile suora, mistica, veggente,
stigmatizzata del secolo XVIII, è giunta alla
fine di un lungo processo di canonizzazione, durato
più di 135 anni, papa Giovanni Paolo II l’ha
scritta nell’albo dei Beati il 3 ottobre 2004.
Anna Catharina Emmerick nacque l’8 settembre 1774
a Flamske bei Coestfeld (Westfalia, Germania); i suoi
genitori Bernardo Emmerick e Anna Hillers, erano di
umile condizione ma buoni cattolici.
Da bambina faceva la pastorella e in questo periodo
avvertì la vocazione a farsi religiosa, ma incontrando
l’opposizione del padre; durante la sua giovinezza
Dio la colmò di grandi doni, come fenomeni di
estasi e visioni.
Ma questo non le giovò, in quanto fu rifiutata
da varie comunità; nel 1802 a 28 anni, grazie
all’interessamento dell’amica Clara Soentgen,
una giovane della borghesia, ottenne alla fine di entrare
nel monastero delle Canonichesse Regolari di S. Agostino
di Agnetenberg presso Dülmen.
La vita nel monastero fu per lei molto dura, perché
non della stessa condizione sociale delle altre e questo
le veniva fatto pesare, come pure le si rimproverava
di essere stata accolta dietro insistenti pressioni.
A ciò si aggiunse che soffrì di varie
infermità, per le conseguenze di un incidente
patito nel 1805, fu costretta a stare quasi continuamente
nella sua stanza, dal 1806 al 1812.
Quando era una contadina riusciva a tenere nascosti
i fenomeni mistici che si manifestavano in lei, ma nel
monastero, un ambiente più ristretto, ciò
non le riusciva, pertanto alcune suore o per zelo o
per ignoranza la fecero oggetto di insinuazioni maligne
e sospetti di ogni genere.
Nel 1811 il convento fu soppresso dalle leggi francesi
di Napoleone Bonaparte e le suore disperse; Anna Caterina
Emmerick nel 1812 si mise allora al servizio di un sacerdote,
emigrato a Dülmen proveniente dalla diocesi francese
di Amiens, don Giovanni Martino Lambert.
Ed in casa del sacerdote verso la fine di quell’anno,
i fenomeni sempre presenti prima, si moltiplicarono
e negli ultimi giorni di dicembre 1812 ricevette le
stigmate; per due mesi riuscì a tenerle nascoste,
ma il 28 febbraio 1813 non poté lasciare più
il letto, che diventò il suo strumento di espiazione
per i peccati degli uomini, unendo le sue sofferenze
a quelle della Passione di Gesù.
Fu sottoposta ad un’indagine sulle stigmate, sulle
sofferenze della Passione e sui fenomeni mistici che
si manifestavano in lei, indagine che confermò
la sua assoluta innocenza e il carattere soprannaturale
dei fenomeni.
Si sa che ebbe visioni riguardanti la vita di Gesù
e di Maria, ma soprattutto della Passione di Cristo;
ad esempio fece individuare la casa della Madonna ad
Efeso e il castello di Macheronte nel quale fu decapitato
san Giovanni Battista.
È diventato difficile sapere quali visioni furono
effettivamente sue, perché un suo contemporaneo,
il poeta e scrittore Clemente Brentano (1778-1842) le
pubblicò facendo delle aggiunte e abbellimenti
al suo racconto, creando così una grande confusione,
che pesò fortemente sul futuro processo di beatificazione.
Anna Caterina Emmerick morì a Dülmen il
9 febbraio 1824, diventando una delle Serve di Dio più
conosciute in Europa.
Per l’appartenenza da suora all’Ordine delle
Agostiniane, i monaci di S. Agostino promossero la sua
causa di beatificazione, che come già accennato
subì varie battute di arresto, interventi di
vescovi e dello stesso papa Leone XIII, coinvolgimenti
nelle vicende politiche della Germania, ecc., finché
il 4 maggio 1981 ci fu il decreto sull’introduzione
della causa.
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ALESSANDRINA MARIA DA COSTA
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13 ottobre
Balasar (Portogallo), 3 marzo 1904 – Balasar,
13 ottobre 1955
Alessandrina Maria da Costa nacque a Balasar, in provincia
di Oporto e Arcidiocesi di Braga il 30 marzo 1904, e
fu battezzata il 2 aprile seguente, sabato santo.Venne
educata cristianamente dalla mamma, insieme alla sorella
Deolinda. Alessandrina rimase in famiglia fino a sette
anni, poi fu inviata a Pòvoa do Varzim in pensione
presso la famiglia di un falegname, per poter frequentare
la scuola elementare che a Balasar mancava. Qui fece
la prima comunione nel 1911, e l’anno successivo
ricevette il sacramento della Confermazione dal Vescovo
di Oporto.
Dopo diciotto mesi tornò a Balasar e andò
ad abitare con la mamma e la sorella nella località
“Calvario”, dove resterà fino alla
morte.
Cominciò a lavorare nei campi, avendo una costituzione
robusta: teneva fronte agli uomini e guadagnava quanto
loro. La sua fu una fanciullezza molto vivace: dotata
di un temperamento felice e comunicativo, era molto
amata dalle compagne. A dodici anni però si ammalò:
una grave infezione (forse una febbre intestinale tifoidea)
la portò ad un passo dalla morte. Superò
il pericolo, ma il fisico resterà segnato per
sempre da questo episodio.
Fu all’età di quattordici anni che avvenne
un fatto decisivo per la sua vita. Era il sabato santo
del 1918. Quel giorno lei, la sorella Deolinda e una
ragazza apprendista erano intente nel loro lavoro di
cucito, quando si accorsero che tre uomini tentavano
di entrare nella loro stanza. Nonostante le porte fossero
chiuse, i tre riuscirono a forzare le porte ed entrarono.
Alessandrina, per salvare la sua purezza minacciata,
non esitò a gettarsi dalla finestra, da un’altezza
di quattro metri. Le conseguenze furono terribili, anche
se non immediate. Infatti le varie visite mediche a
cui fu sottoposta successivamente diagnosticarono con
sempre maggiore chiarezza un fatto irreversibile.
Fino a diciannove anni poté ancora trascinarsi
in chiesa, dove, tutta rattrappita, sostava volentieri,
con grande meraviglia della gente. Poi la paralisi andò
progredendo sempre di più, finché i dolori
divennero orribili, le articolazioni persero i loro
movimenti ed essa restò completamente paralizzata.
Era il 14 aprile 1925, quando Alessandrina si mise a
letto per non rialzarsi più, per i restanti trent’anni
della sua vita.
Fino al 1928 essa non smise di chiedere al Signore,
mediante l’intercessione della Madonna, la grazia
della guarigione, promettendo che, se fosse guarita,
sarebbe andata missionaria. Ma, appena capì che
la sofferenza era la sua vocazione, l’abbracciò
con prontezza. Diceva: “Nostra Signora mi ha fatto
una grazia ancora maggiore. Prima la rassegnazione,
poi la conformità completa alla volontà
di Dio, ed infine il desiderio di soffrire”.
Risalgono a questo periodo i primi fenomeni mistici,
quando Alessandrina iniziò una vita di grande
unione con Gesù nei Tabernacoli, per mezzo di
Maria Santissima. Un giorno in cui si trovava sola,
le venne improvvisamente questo pensiero: “Gesù,
tu sei prigioniero nel Tabernacolo ed io nel mio letto
per la tua volontà. Ci faremo compagnia”.
Da allora cominciò la prima missione: essere
come la lampada del Tabernacolo. Passava le sue notti
come pellegrinando di Tabernacolo in Tabernacolo. In
ogni Messa si offriva all’Eterno Padre come vittima
per i peccatori, insieme a Gesù e secondo le
Sue intenzioni.
Cresceva in lei sempre più l’amore alla
sofferenza, a mano a mano che la vocazione di vittima
si faceva sentire in maniera più chiara. Emise
il voto di fare sempre quello che fosse più perfetto.
Dal venerdì 3 ottobre 1938 al 24 marzo 1942,
ossia per 182 volte, visse ogni venerdì le sofferenze
della Passione. Alessandrina, superando lo stato abituale
di paralisi, scendeva dal letto e con movimenti e gesti
accompagnati da angosciosi dolori, riproduceva i diversi
momenti della Via Crucis, per tre ore e mezzo.
“Amare, soffrire, riparare” fu il programma
che le indicò il Signore. Dal 1934 – su
invito del padre gesuita Mariano Pinho, che la diresse
spiritualmente fino al 1941 – Alessandrina metteva
per iscritto quanto volta per volta le diceva Gesù.
Nel 1936, per ordine di Gesù, essa chiese al
Santo Padre, per mezzo del padre Pinho, la consacrazione
del mondo al Cuore Immacolato di Maria. Questa supplica
fu più volte rinnovata fino al 1941, per cui
la Santa Sede interrogò tre volte l’Arcivescovo
di Braga su Alessandrina. Il 31 ottobre 1942 Pio XII
consacrò il mondo al Cuore Immacolato di Maria
con un messaggio trasmesso a Fatima in lingua portoghese.
Questo atto lo rinnovò a Roma nella Basilica
di San Pietro l’8 dicembre dello stesso anno.
Dal 27 marzo 1942 in poi Alessandrina cessò di
alimentarsi, vivendo solo di Eucaristia. Nel 1943 per
quaranta giorni e quaranta notti furono strettamente
controllati da valenti medici il digiuno assoluto e
l’anuria, nell’ospedale della Foce del Duro
presso Oporto.
Nel 1944 il nuovo direttore spirituale, il salesiano
don Umberto Pasquale, incoraggiò Alessandrina,
perché continuasse a dettare il suo diario, dopo
aver constatato le altezze spirituali a cui era pervenuta;
ciò che essa fece con spirito di obbedienza fino
alla morte. Nello stesso anno 1944 Alessandrina si iscrisse
all’Unione dei Cooperatori Salesiani. Volle collocare
il suo diploma di Cooperatrice “in luogo da poterlo
avere sempre sotto gli occhi”, per collaborare
col suo dolore e con le sue preghiere alla salvezza
delle anime, soprattutto giovanili. Pregò e soffrì
per la santificazione dei Cooperatori di tutto il mondo.
Nonostante le sue sofferenze, ella continuava inoltre
ad interessarsi ed ingegnarsi a favore dei poveri, del
bene spirituale dei parrocchiani e di molte altre persone
che a lei ricorrevano. Promosse tridui, quarant’ore
e quaresimali nella sua parrocchia.
Specialmente negli ultimi anni di vita, molte persone
accorrevano a lei anche da lontano, attratte dalla fama
di santità; e parecchie attribuivano ai suoi
consigli la loro conversione.
Nel 1950 Alessandrina festeggia il XXV della sua immobilità.
Il 7 gennaio 1955 le viene preannunciato che quello
sarebbe stato l’anno della sua morte. Il 12 ottobre
volle ricevere l’unzione degli infermi. Il 13
ottobre, anniversario dell’ultima apparizione
della Madonna a Fatima, la si sentì esclamare:
“Sono felice, perché vado in cielo”.
Alle 19,30 spirò.
Sulla sua tomba si leggono queste parole da lei volute:
“Peccatori, se le ceneri del mio corpo possono
essere utili per salvarvi, avvicinatevi, passatevi sopra,
calpestatele fino a che spariscano. Ma non peccate più;
non offendete più il nostro Gesù!”.
E’ la sintesi della sua vita spesa esclusivamente
per salvare le anime.
A Oporto nel pomeriggio del giorno 15 ottobre i fiorai
rimasero privi di rose bianche: tutte vendute. Un omaggio
floreale ad Alessandrina, che era stata la rosa bianca
di Gesù.
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* * *
Essi hanno vissuto nella sofferenza l’intimità
con il Signore, scoprendolo non tanto come rifugio consolatorio,
“ma come Colui che ben conosce il patire e che sa solidarizzare
fino in fondo con tutta la nostra esperienza” (T. Bello).
Essi allora sono quel “noi tutti”, come dice
Polo, che “a viso scoperto, riflettendo come in uno
specchio la gloria del Signore”, hanno manifestato la
sua gloria che li abitava… e “di gloria in gloria”
(perché la gloria di Cristo è frutto della sua
Croce… “metti qui la mano”, dirà
il Risorto a Tommaso!), hanno dato volto all’azione
dello Spirito.
Ecco un tema di questa domenica, la conversione di questa
domenica! Essere figlio che sa dare volto allo Spirito che
lo abita. “Vieni Spirito Santo, manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce”.
Lissone, 21 febbraio 2008
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BIBLIOGRAFIA E FONTI
- Dora Samà, La vita nascosta in Cristo – La
Monachella di San Bruno, Sud Grafica Marina di Davoli (2006)
- AA. VV. da santibeati.it
* Non tutti i testi sono i miei… a me la ricerca, a
ciascuno il suo!
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SEQUENZA
Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce.
Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni, vieni, luce
dei cuori.
Consolatore perfetto; ospite dolce dell'anima, dolcissimo
sollievo.
Nella fatica, riposo, nella calura, riparo,
nel pianto, conforto.
O luce beatissima, invadi nell'intimo il cuore dei tuoi fedeli.
Senza la tua forza, nulla è nell'uomo, nulla senza
colpa.
Lava ciò che è sordido, bagna ciò che
è arido,
sana ciò che sanguina.
Piega ciò che è rigido, scalda ciò che
è gelido,
drizza ciò che è sviato.
Dona ai tuoi fedeli che solo in te confidano i tuoi santi
doni.
Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna.
Amen.
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